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I critici d'arte
raccontano Anna Maria Guarnieri
SUI
BINARI DELL’ANIMA. LA
PITTURA DI ANNA MARIA GUARNIERI
Articolo
critico del Prof. Gerardo Pecci
La ricerca
pittorica di Anna Maria Guarnieri si colloca sull’asse più classico e
vigoroso di una moderna sensibilità coloristica, unita ad una rigorosa
visione della realtà, trasfigurata attraverso una personalissima e
intensa empatia che la lega a luoghi, a cose e a oggetti quotidiani. Nei
suoi dipinti aleggiano atmosfere e colori che denotano una solida
formazione artistica che riecheggia, a volte, i ricordi e le calde e
atmosferiche pitture della grande stagione coloristica dei Macchiaioli e
la pittura impressionista e post-impressionista. Si tratta però di una
trasposizione emozionale che agisce a livello inconscio, che produce una
sorta di epifania moderna del colore, unita a un’altrettanto rigorosa
ricerca delle forme e dei particolari e li “ carica” di ricchi
significati simbolici. Per Anna Maria un paesaggio non è mai sempre e
solo una raffigurazione, una banale veduta di alberi, di montagne, di
fiumi, di mari, di cieli e cose, perché dietro si cela un universo
semantico che rimanda a significati profondi e duraturi che appartengono
alla sfera emozionale dell’artista. Una porta non è mai solo una
semplice porta, ma è un paravento che cela un universo immaginato, che
non è visibile se non attraverso la potenza dell’immaginazione; ma può
essere anche il simbolo di un mistero, di un qualcosa che “non si deve
vedere”, che perciò va protetto, tutelato. Un pozzo, per esempio, è il
simbolo ancestrale dell’acqua: è il segno tautologico dell’acqua e ne
rappresenta il luogo della sua naturale dimora fisica; è fonte di vita e
strumento di purificazione. Anche le pietre antiche di case e muri cadenti
sono il potente ricordo visivo di un passato che si mostra ai nostri occhi
in maniera prepotente. continua ... 
Miti
ed emozioni, ritrovano vigore nella rinnovata analisi Simbolista di Anna Maria
Guarnieri
Articolo
critico del Dott. Franco Bulfarini 
A
quattro anni, nella casa di campagna che mi vide nascere, ed in cui a quei
tempi risiedevo, un mattino soleggiato, di fine Settembre, sfidai l’irta
scala che portava al solaio, con la determinazione propria di un novello
alpinista che anela a raggiungere nuove vette per porvi il proprio vessillo,
senza sapere cosa lo attende, tanto in salita che sulla cima. La percorsi con
fatica dovendo alzare molto in alto ad ogni passo le ginocchia, stante la mia
altezza ridotta di bimbo, ché altrimenti sarei certamente inciampato nei
gradini ripidi e scivolosi, se ben ricordo composti di mattoni rossastri.
Finalmente, non senza qualche esitazione ed una certa ansietà, raggiunsi dopo
aver superato quattro rampe, l’ultimo pianerottolo, quello del solaio, uno
spazio fisico che mi era proibito e forse per questo ai miei occhi ancor più
ricco di fascino. Lì non avrei dovuto essere, perché ritenuto luogo
pericoloso, per un bambino, ma i miei piedi non si erano fermati avvinti
all’irrefrenabile desiderio di sciogliere un nuovo mistero. Il solaio mi
induceva un’attrazione almeno pari a quella per la marmellata della nonna, se
non addirittura, per la mitica cioccolata di nota marca. Come resistere alla
tentazione di sondare quel microcosmo, che la mia fantasia elevava in grandezza
alla decima potenza. Raggiunto il pianerottolo, sbirciai verso il basso la
tromba delle scale e le vertigini non mancarono di farmi tremare le gambe,
tanto da far battere forte il cuore: avevo superato i miei confini, mi si
apriva alla vista un nuovo mondo. A quel punto alzai lo sguardo ed intravidi
almeno tre porte, di un bianco spettrale, che aprivano a diverse stanze, due mi
parevano buie ed inospitali, ma la terza, leggermente socchiusa, lasciava
intravedere da sotto la balaustra una luce abbagliante; d’istinto con
coraggio e con una forte spinta, l’aprii d’un sol colpo e subito il volto
mi si animò di stupore, fissai da prima con visione prospettica, si potrebbe
dire a volo d’uccello, piccole finestre sui muri di testa, poste poco sotto
le travature in legno del soffitto. ... continua
... 
 Sulle
orme degli Argonauti l'arte di Anna Maria Guarnieri Articolo
critico della Prof.ssa Sandra Lucarelli
Non
ci sorprende la terra, perché ci ha già rivelato ogni materia. La creta del
mito erige le città e la leggenda fa da fondamenta. dal libro aperto della
storia passano i respiri delle epoche e le voci dei tempi lontani. Noi siamo
come gli argonauti, alla ricerca del vello d'oro. E' quanto ci dice Anna Maria
Guarnieri, argonauta del terzo millennio, navigante e scopritrice di tecniche
che le danno la gioia del creare. Gesso, sfoglie di rame e colore, per creare
una tridimensionalità, una profondità di campo, bagaglio di un viaggio
infinito dentro al vello d'oro del mistero che giunge fino a noi. Scioglitrice
di nodi gordiani, Anna Maria affianca la favola alla vita, là dove tutto è
luce e ricordo che non si cancella. Con lei si va nelle città accoglienti,
veleggiando da sponda a sponda, là dove affiorano le memorie, per non
dimenticare ogni radice. I toni forti e luministici accendono ancora di
più la fantasia e corrono sempre sui fili dei pentagrammi, con note di
preludio. L'oro si ritrova nelle sfoglie o nelle laccature, là dove girano le
ruote del tempo e si posa la nostra Argonauta, quasi a trovar posa in una
breve sosta del viaggio. Tuttavia la valigia è sempre pronta per tornare a
veleggiare tra fiumi secolari, canali epocali e mari millenari. Quando
l'approdo è avvenuto, si getta l'ancora, tra Egizi, o Vichinghi, ingraziandosi
antichi dei, tra faraoni ed eroi del Walhalla. Le civiltà si spalancano e con
esse i nostri occhi, aperti alle sorprese, stupiti dalla magia di
quest'artista, perenne navigante di sogni.
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